Le Volte



La prossima volta che ci rivedremo, sarà come quella volta, la prima, sotto la volta celeste, a mirar stelle, intenti a camminare, più e più volte, avanti e indietro, sopra la volta di un ponte che non avremmo mai oltrepassato.

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Saliamo insieme



Foto: David Butali

Prossimi alla morte in una bellissima giornata di fine novembre.
Come un grillo, senza una zampa, affannarsi per vivere, fuggire, a chi come me l'osserva, infantilmente desideroso di schiacciarlo.
L'inverno è alle porte nel monte Vettore. Saliamo insieme.
Non penso che gli restino molti giorni, eppure come un dannato fugge dai pericoli, cerca cibo, si ripara dal freddo.
Solo pochi mesi fa si è accoppiato.
Schiavo della vita, per la vita.

Francesco

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Legna

Legna da ardere. Quella del bosco. In attesa d'entrare nella stufa. Prima lassù, in piedi. Poi tagliata, una e più volte. Raccolta in cataste ordinate, caricata e trasportata fino a casa. Ed ora è li. Silenziosa, fremente, mentre guarda le sue compagne arrossire, fino oltre l'incandescenza, fermarsi come cenere, in attesa, il giorno successivo, una volta frigida di essere portata via, fuori, sparsa come concime.
Aspiro il profumo che incensa l'aria, lo stesso sprigionato durante il taglio. Torno lassù nel mio rifugio, questo mi basta.

Francesco

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Novembre. GP

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno; solo, alle ventate
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cadere fragile. E' l'estate,
fredda, dei morti.

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Una Come Te. CC

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Luca Zanaroli, racconta l'approccio al suo rifugio nel Salento.

Quando mi sono imbattuto in quello che sarebbe diventato il mio rifugio in Salento, la cosa che mi ha immediatamente colpito del fabbricato, così come del luogo, è stata la sua “monumentalità”. Non tanto per un particolare valore artistico o architettonico (in realtà si tratta di una costruzione piuttosto rudimentale e povera), ma per la sua forza e capacità espressiva, rappresentativa del carattere e della cultura di quel territorio. E’ stato allora che decisi che l’intervento di recupero avrebbe dovuto mantenere intatta l’impressione avuta sin dall’inizio. Tipico esempio di architettura rurale del basso Salento in pietra a secco, l’edificio in realtà è costituito da due corpi di fabbrica, di tipologia ed epoche diverse, contigui ma non comunicanti. Il più antico, cosiddetta “pajara”, risalente al diciottesimo secolo, è di forma troncoconica a due gradoni e a pianta circolare con volta a cupola. Veniva utilizzato tutto l’anno come deposito di attrezzi e legna. Ad esso, in epoca successiva (verso la fine del 1800), fu addossato un fabbricato più grande chiamato “làmia”, di forma troncopiramidale e a pianta quadrangolare con volta a botte, utilizzato come riparo e abitazione stagionale dai contadini che lavoravano la terra. Spesso, come in questo caso, veniva costruito in prossimità del fabbricato anche un grande forno dove si preparava il pane o i fichi con le mandorle che venivano infornati dopo essere stati essiccati al sole, stesi sui cannizzi sopra i tetti piani di copertura raggiungibili da piccole scale ricavate nella muratura. La gente del posto frequentava e conosceva bene questo luogo. 

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Felix Baumgartner's supersonic freefall.

Il sogno continua...

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Prima neve a Stietel

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La polvere del branco. FB

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Presente

Il presente non esiste. Nel momento stesso che lo pronunciamo appartiene al passato. I tempi sono questione morale ancor prima di temporale. Il presente è una condizione di passato o futuro prossimo. E’ uno stato di grazia in cui la parola identifica una condizione di risveglio spirituale. Presente perché non assente. Attento, vigile. Lo si può essere solo in quella zona vicina, più imminente possibile, hai due grandi tempi, quello dei ricordi e quello delle speranze.

Francesco

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Politeama "l'Universale"

Francesco

"E' il mondo intero una ribalta..." quando un giorno provai a citarlo in classe in una scuola sperduta di campagna, ci fu chi subito mi ricuso, denunciando che l'avevo letto sopra lo schermo del Cinema Politema. E' forse la più celebre frase Shakspiriana, sicuramente la più conosciuta da noi aretini ex frequentatori del più grande e moderno ex cinema cittadino.
Pensilina semicircolare con locandine nelle teche laterali all'entrata. Hall con altrettante locandine dei film in programmazione. Nell'era pre-internet, l'unico modo di informarsi era, oltre qualche trailer di riempimento negli intervalli televisivi, transitarvi davanti volutamente in un momento di shopping. Le locandine si trovavano anche in una teca nel Corso Italia.
Si andava solitamente in compagnia, della famiglia "al Tempo delle Mele", degli amici per "Ritorno al Futuro" della fidanzatina per "Gost". I primi ci pagavano l'entrata, con i secondi era alla romana, nel terzo caso, dipendeva. Erano gli anni della saga di Rocky e Rambo. Quell'attore dal cognome italiano che si alternava fra pugile emergente ed Veterano del Vietnam emarginato ed incompreso dall'ingrata società americana. Qua e là vacanze estive ed invernali dei fratelli Vanzina. Fra i propedeutici non vorrei dimenticarmi il malinconico ET e la fantastica "Storia Infinita".

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Due ore, due laghi...Agosto 2012

Francesco

Due ore, due laghi quello di Levico e Caldonazzo, due culture quella Trentina e quella Tascana, due colture il mais e il grano. Due discipline sportive: io podista loro ciclisti, due condizioni quella precedente di infortunato e quella attuale in riabilitazione. Giocando con le parole (trascurando il Latino), in-fortunato, può essere letto come "essere dentro la fortuna". La fortuna di scoprire, in sua assenza, la bellezza e l'indispensabilità di questo sport.
E'una bella giornata, in mezzo ai meleti mi tolgo la canotta. E' caldo, tiepido.
La mente mi porta alle batterie del Decathlon sui 1500. Ai loro tempi migliori, superiori a quando correvo su quella distanza. Che ne facciano altre nove di specialità non importa, anch'io potevo essere lì nello stadio olimpico. Ma di quella gara mi ha colpito un'altra cosa: nella linea di partenza quasi tutti gli atleti di diverse nazionalità, avevano la stessa identica canotta della Nike. La stessa marca di quella che mi ero appena tolto.
Stesso layout diversi colori e nomi delle nazioni. Tanto che li per li ho pensato "ingenuamente" che fosse stata l'organizzazione londinese ad aver fornito a tutti la Divisa (mai come questa volta Unita). La canotta dell'olimpiade 2012. La grande nazione Nike più forte e potente di Usa, Russia, Germania e Inghilterra. Nel medagliere olimpico i sui atleti hanno conquistato piu medaglie di chiunque altro. Istintivamente mi giro verso mio figlio, dicendogli che all'indomani saremmo andati ad acquistarne una. Poi il sorgere di questi pensieri mi ha fatto desistere dal farlo.

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Badia Prataglia

...allora non iscorgenvasi quassù che vasti deserti e profonde solitudini, valloni muscosi, ricoperti di lussureggiante vegetazione, nei cui seni non udivasi che il ritmo flebile ed uniforme delle acque sonanti tra i massi di quarzo e di arenaria, al quale faceva eco dalle serene regioni dell'aria il grido delle aquile e degli astori, librantisi a picco sui profondi cupi abissi...

Don Parisio Ciampelli

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Acqua aria

È molto che non scrivo in questo blog. I video musicali hanno per semplicità preso il posto a pensieri personali ed estemporanei. Questa sera prosopopeica è la pioggia, che bagna il suolo e mi sussurra che l'aridità è ormai finita. Nelle colline, come soldati, paralizzati dal gelo, sono molti gli alberi secchi nel tipico rigor mortis marrone. Là, folgorati dalla siccità senza tregua. Percossi dai venti caldi. Le cui radici ben presto si sono dovute arrendere alla mancanza d'acqua. Ed ecco che stasera è tornata incessante con indifferenza. "Mi sono assentata per qualche mese" sembra dire, giustificandosi, in una notte bellissima. Come se fosse sostituibile con qualcos'altro. E allora io la odio, come un bambino tiene il broncio alla mamma che lo ha tradito distogliendogli la sua attenzione. In fondo la amo, non riesco a detestarla. Perché: cipressi, pini, quercie e lecci si sono dovuti sacrificare! Perché oggi in una notte autunnale, come da tempo non se ne vedevano, dobbiamo essere più soli. Perché solo alcuni nei tipici viali, si sono esautorati. Perché solo alcune nelle siepi sono perite. Eppure le loro radici nell'oscurità si sono trovate, scontrate, sovrapposte, attorcigliate. Si può credere ad una coscienza vegetale collettiva, in cui il "Consiglio d'Emergenza" decreti la vita di alcuni e la morte di altri? Se davvero l'asse della terra si è spostato e con esso le stagioni tutte in avanti, se davvero è così, cosa ne sarà del nostro immenso patrimonio botanico? "Bacini" artificiali, come quelli spontanei e naturali, saranno necessari e sufficienti a colmare d'affetto il popolo del Regno vegetale? Io vago, disteso sul divano, sotto la pioggia fitta. Ascolto il cadere monotonale, mai noioso, frusciante contro l'aria. Quei 2 idrogeni schierati, frapposti, fra gli ingombranti ossigeni.

Francesco

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